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Agriturismo La Cipressa


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Struttura


IL COMPLESSO MOLITORIO Sec. XVII°


Sulla " Strada Antica di Monti", parte dell' "Antica Via del Sale", che si diparte dalla Via Betti in Rapallo, ancora in pianura, e si inerpica nella vallata del fiume S. Francesco, prima di una curva piuttosto brusca che immette su un bel ponte in pietra,del tipo cosiddetto "romano",e già vicino alla frazione di San Maurizio di Monti, troviamo un gruppetto di costruzioni antiche formanti un "Complesso Molitorio di grande interesse storico e d'arte materiale" (da una perizia dell'Ing. Arch. A. Pucci in data 27/09/2001).
In questo punto infatti, su uno dei rami principali montani del torrente S. Francesco, il Rio Chiazzo, là dove questo riceve le acque del Rio Cò de Villa, già in tempi antichi erano state trovate le condizioni adatte per sfruttare la forza di gravità dell'acqua del torrente ai fini di fornire energia cinetica per il funzionamento di un gruppo di ruote, a pale, azionanti macine per derrate alimentari.
Si tratta di quattro edifici in pietra locale posti su tre livelli, ognuno di dimensioni diverse, destinate una all'uso di frantoio per le olive, che con dizione locale si chiama " çopressa", due all'uso di mulini (l'uno per il grano e l'altro per le castagne). L'ultima, la più piccola, è per i reflui della spremitura.
Al frantoio per le olive è destinato l'edificio più grande posto in fregio alla strada mulattiera. Si tratta di una costruzione molto antica, seicentesca (ing. Arch. A. Pucci) (Arch. C. Mortola). Rimaneggiata agli inizi del novecento e di certo recentemente, con un altro intervento manutentivo, quando fu rifatto il manto di copertura, che era in ardesia, con tegole di cotto marsigliesi ed in cui fu creata una decorazione in intonaco di stile " art nouveau" del periodo eclettico. E' rimasta tuttavia la struttura precedente che si riconosce nei materiali e nelle linee costruttive: gli angoli della fabbrica ben intessuti, lo sporto di gronda ancora in " ciappe" d'ardesia ed un grande arcone interno in pietra che consente un'unica grande sala per la lavorazione delle olive. All'interno del frantoio, la grande vasca rotonda in pietra, ben composta, su cui è la ruota macinatrice che girava sulle olive, il " puieu" dove si riscaldava l'acqua per le successive spremiture, il grande camino, il grande mantice, l'enorme torchio con l' "alberetto" e le due vasche in ardesia per la raccolta dell'olio costituiscono le presenze necessarie all'antico lavoro
Il pavimento del piano terra è stato realizzato in lastre di pietra ad opus incertum. L'antico soffitto interno, in travetti ed assito di legno, costituiva il solaio di calpestio del piano superiore che era certamente l'abitazione del gestore. Il complesso molitorio era infatti un'antica aziendina che lavorava per conto terzi in cambio di denaro o di parte del prodotto.
All'esterno è ancora il canaletto artificiale che, derivato dal torrente in posizione di quota più elevata, è stato portato a formare le cascatelle che cadendo sulle pale facevano girare le ruote.
A lato della " çopressa", con interposta la cascatella e la ruota più grande, c'è l'edificio del mulino del grano. Fu indubbiamente un'idea economica per utilizzare al meglio l'energia creata dalla ruota che, con un meccanismo d'aggancio e sgancio, distribuiva a giudizio il movimento al frantoio od al mulino.
Si tratta di un edificio più piccolo, anch'esso in pietra, costituito da un piano e mezzo che permetteva l'uso di impalcati per carico e scarico di granaglie e relativa farina. Al suo interno sono visibili grandi macine in pietra in situ d'opera.
Per quanto si possa arguire dal tipo di muratura (" miagia"), conci di pietra, malta legante ed alcuni particolari architettonici come i sedili sotto le finestre (già in uso dal duecento e fino all'ottocento), parrebbe coevo (Arch. C. Mortola) o appena più antico del precedente (Ing. Arch. A. Pucci). Il tetto è a due falde: una è costituita in " ciappe" d'ardesia, l'altra in tegole di cotto " marsigliesi" con lo sporto di gronda in " ciappe" che fa supporre un parziale rifacimento in economia nei primi del novecento.
In effige il "Comitato Fuochi S. Maurizio di Monti 1923 ha posto, nell'agosto 2006, una lapide commemorativa del fatto che imperversando la peste è credenza tra gli abitanti di S. Maurizio di Monti che , per intercessione della Madonna di Montallegro, il flagello si fermò "al Ponte" risparmiandone così il paese ed un maestoso e secolare castagno seccò qui improvvisamente attirando su di sè ed annientando tutta la potenza del morbo. Per l'occasione il Comitato Fuochi impiantò un castagno nel punto in cui si tramanda l'esistenza del castagno seccato per Intercessione.
Più in alto si trova il terzo edificio rustico che era adibito a mulino per le castagne. E' l'edificio posto più in alto per lasciar recuperare velocità all'acqua ad uso dei due mulini più in basso. Anche questo edificio è in pietra locale a conci irregolari e riscagliati come per i precedenti edifici.
Al suo interno, costituito da un piano e mezzo per potervi accogliere lavoranti ed impalchi per le castagne da macinare e macinate, possiamo notare due grandi macine in pietra alloggiate in opera. Anche qui troviamo le sedie in pietra, presenti sotto la finestra del piano terra. I particolari architettonici, nel loro insieme, farebbero pensare alla stessa epoca costruttiva del mulino da grano (Ing. Arch. A. Pucci) (Arch. C. Mortola).
Il tetto a due falde in tegole di cotto " marsigliesi" con gli sporti di gronda in " ciappe", rappresenta come per il mulino per il grano un rifacimento economico degli inizi del secolo scorso.
L'energia per il funzionamento di questo mulino derivava da una ruota lignea collocata lateralmente all'edificio e posta lungo il percorso del canaletto artificiale alimentante anche la più grande ruota sottostante.
Un'iscrizione, subito sotto il colmo del tetto del lato di ponente, reca la dizione " 1720": probabilmente una ristrutturazione (Ing. Arch. A. Pucci).
L'esistenza di una favorevole conformazione delle rocce, ha dato la possibilità di ricavare la grande vasca (ciuxe) di raccolta delle acque dal Rio Chiazzo, per un costante funzionamento dei sottostanti mulini anche nei periodi di portata ridotta del torrente. I muri di contenimento delle acque, costruiti in pietra riscagliata, accolgono le saracinesche che permettono il passaggio dell'acqua nel canaletto artificiale alimentante le pale delle ruote.
Una seconda vasca seminaturale si trova nel punto di confluenza del Rio Chiazzo col Rio Cò de Villa. Qui, per notizie pervenute, il gestore attingeva l'acqua pura dal torrente per i lavaggi e gli utilizzi inerenti alle lavorazioni.
Un pozzetto esistente dietro le prime due costruzioni segnala la presenza di una canalizzazione dell'acqua sporca risalente ad epoca molto antica.
Una quarta costruzione in pietra, molto piccola e con il tetto in ciappe, è situata al di sotto del frantoio per le olive. E' la "casetta da moia", ovvero il punto di raccolta dei reflui della spremitura della polpa di olive. Costitutita da un vano unico, ha i muri riscagliati in pietra e basati sul letto del torrente.
Interessante la fontanella di acqua sorgiva che, posta sulla sponda del torrente Chiazzo e cinta da una cornice di bel capelvenere, dà un getto limpido e potabile che sgorga dal profondo della roccia anche nei mesi più secchi.
" Tutta la struttura nel suo insieme risente dell'impianto antico che gli aggiustamenti successivi hanno solo scalfito e rappresenta, per la posizione e per l'assetto architettonico, un unicum non molto frequente in queste zone" (Arch. C. Mortola da una perizia in data 10/03/1999).
Il bel ponte di pietra che permette alla strada di proseguire per S. Maurizio di Monti attraversando il torrente è certamente la costruzione più antica. La tecnica costruttiva è quella dei ponti romani, cosiddetti sia per la loro antichità e sia per la loro tipologia (ad arco circolare con centro più o meno basso a seconda della affidabilità nella staticità delle spalle). E' ad un unico arco, costituito da conci ben lavorati e poco riscagliati atti a superare i secoli, un'edicola lato monte accoglie la Statuina della Madonna di Montallegro, qui venerata come N. S. della Cipressa. La strada, pavimentata con i caratteristici " risseu", è una mulattiera anch'essa antichissima ed abbastanza larga proporzionalmente agli antichi usi.
Il frantoio ed i mulini hanno funzionato nell'immediato dopo guerra (anni 40). La difficoltà di accesso ed il ricorso a macchinari elettrici hanno poi causato un rapido abbandono.
La ristrutturazione eseguita nell'anno 2001 (2° Premio nell'anno 2003 al Concorso "Ama il nostro paese" istituito dal Comune di Rapallo e dal Lions Club Rapallo) ha fatto poi cessare il declino di questo insieme così significativo ed unico riportandolo a vivere quale ricordo, per le generazioni presenti e future, della dura ma sana vita di un tempo.
Oggi il Complesso Molitorio accoglie il Museo della Civiltà Contadina che, intitolato all'illustre antico proprietario il garibaldino Cap. Giovanni Pendola, raccoglie piccoli e medi attrezzi da antico lavoro.
In data 26/01/06 il Complesso Molitorio ed il Museo "Cap. G. Pendola", con Decreto della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesagistici della Liguria vengono sottoposti a norme di tutela e così dichiarati Monumenti Nazionali.




IL MUSEO DELLA CIVILTA' CONTADINA
"CAP. G. PENDOLA"



Raccolta di piccoli e medi attrezzi da lavoro (per la maggior parte etichettati) collocati per lo più nel corpo principale del "Complesso Molitorio" rispondente al locale sito al piano terra della costruzione principale: il frantoio per le olive.
Tra le due finestre del lato posto a sud vediamo l'antico camino che accoglieva un banco in mattoni che sosteneva il "poieou" in rame per riscaldare l'acqua necessaria alla spremitura delle olive. A lato il grande mantice per gettare aria sul fuoco. Sulla cappa del camino lo stemma della Famiglia Pendola che, con una corona in ferro su di un cielo azzurro sovrastante tre cime ed un campo verde, ne evidenzia l'antica origine rurale.
Ricordiamo l'antica strada che passa attraverso il Complesso Molitorio, una delle cosiddette "Vie del sale", cioè una delle vie per lo scambio di prodotti tra i paesi costieri e quelli posti all'interno. E' ancora presente il ricordo di lunghe file di muli che, carichi di materiali, recavano ai mulini generi destinati alla molitura come olive, granaglie, castagne, sale ed altro.
Qui, ora, parliamo di olive. Queste, arrivate al frantoio, venivano prima pesate e poi gettate nella vasca di pietra posta in corrispondenza della vetrata del lato di ponente. L'enorme mola di pietra serena girava attorno al proprio asse macinando le olive con polpa e semi.
Questo è un mulino ad acqua. Esistevano però anche mulini "a sangue", cioè mulini in cui l'energia che muoveva la mola era trasmessa dalla forza di uomini o, come possiamo vedere, dall'asse trasverso, posto sopra di essa da animali, in genere muli o asini.
Alla polpa veniva aggiunta dell'acqua precedentemente riscaldata nel grande poieou in rame che possiamo vedere nella sala a sorreggere un cristallo con alcuni dei libri del mulino. Con la polpa e l'acqua calda venivano riempiti dei sacchi in juta che, posti sotto la vite in legno dell'enorme torchio e poi schiacciati, davano olio misto ad acqua. Questa miscela raccolta alla grande base di pietra del torchio, usciva e percorreva un canale sotterraneo, andando a riempire le due grandi vasche in ardesia poste in corrispondenza dell'ingresso principale del frantoio. In mezzo alle due vasche notiamo una cavità che serviva al frantoiano per raccogliere l'olio ("schiumare") in posizione più comoda. Olio che, per il suo basso peso specifico, galleggiava sull'acqua.
L'acqua, rimasta dopo la schiumatura, oramai fredda e contenente ancora un pò di olio in emulsione ("moia"), veniva convogliata, tramite un canale sotterraneo nella piccola costruzione in pietra sottostrada ("casetto da moia") e poi, dopo una successiva periodica schiumatura, si gettava nel torrente, in occasione delle periodiche piene.
L'alto palo ligneo verticale, posto a ridosso del muro di nord, era chiamato "alberetto". Questo, azionato da due persone, metteva in tensione una corda tesa tra la testa della vite e l'alberetto stesso. Veniva usato per dare più forza alla vite del torchio durante la spremitura.
Per lavare l'attrezzatura del frantoio veniva usato il lavello in legno posto nel lato nord del frantoio. Questo lavello era stato ricavato da un unico tronco di legno!
Di interesse la "lesa" (slitta), utilizzata, carica di fieno o arbusti, sulle strade in pietra "a risseu" e non sulla neve come si potrebbe pensare.
I "ferri per le stoppie", in pratica erano utilizzati per taliare il fieno in bastoncini di varie misure che, cotti con frutta e/o verdura, servivano da cibo per gli animali.
Le falci riparate, la piccola "còte" sul manico di legno, il piatto riparato, ci dicono che non si buttava via niente e quanto un tempo la vita fosse dura!
Il "corno" per cornare. Era "cornare" un gesto notturno di altritempi fatto dai vicini di casa per manifestare bonariamente un disappunto.
Un gioco di altri tempi la "scarabattua".
Il raro "pestello"che permetteva ad una persona sola di sbucciare le castagne (attrezzo in uso nelle campagne di Chignero).
Altri attrezzi sono inoltre collocati nei mulini per i cereali e per le castagne.
Nell'abitazione principale, che fu dell'Cap. Garibaldino G. Pendola l'antico illustre proprietario, sono collocati attrezzi antichi di uso domestico.
Il "banco da cuxìnna" con il "runfò" ed i fornelli per la carbonella. Il forno per il pane a lato del portoncino di ingresso che funzionava con la carbonella presa dal "runfò".
Le tre camere sono intitolate ad alcuni stili di vita predominanti la vita degli abitanti il mulino nei tempi antichi.
La camera del "Prete", oggi piccola biblioteca, quell'attrezzo domestico che posto sotto le coperte, prima di coricarsi, con una pietra scaldata sulla stufa, permetteva un pò di tepore nelle fredde notti invernali (il "prete" si può vedere alla parete che separa il soggiorno).
La camera "Montallegro" dedicata alla Madonna di Montallegro sottolinea la devozione dei Rapallesi per la Madonna. E' credenza che, non potendo recarsi con regolarità a pregare presso il Santuario per motivi di distanza, si tenesse una ampolla con l'acqua della Madonna, che sgorga tuttora all'interno della Chiesa - Santuario, e si usasse così nell'acquasantiera vicino all'inginocchiatoio.
La camera "Garibaldina" dedicata all'illustre antico proprietario: il Capitano dei Garibaldini Giovanni Pendola. La camera accoglie la foto originale ed effetti del Garibaldino.



CAP. GIOVANNI PENDOLA


Giovanni Pendola (1836-1907), avo dell'attuale proprietario, nacque a S. Maurizio di Monti dove tutt'oggi sul sagrato della Chiesa una grande lapide, restaurata nel centenario della morte dall'Associazione Culturale La Cipressa, è posta a ricordo.



STORIA DEL MULINO


Una curiosità che solo pochi conoscono aleggia sulla pace del Complesso Molitorio di Strada Antica di Monti: quella di una bellissima fata.
Si racconta infatti che, alla morte di Giovanni Pendola (il capitano garibaldino già proprietario dei mulini che morì a Genova nel 1907 durante l'epidemia di colera mentre si adoperava in soccorso dei malati), la sua amata,Caterina, che era una donna ancora bellissima,non abbia più voluto lasciare la casa. Presa poi da un desiderio incontenibile di libertà, diventò una selvaggia creatura della macchia, dove si crede che, ancora oggi, in guisa di volpe dalla morbida coda fulva, vaghi durante le giornate più fredde, quelle invernali, quando soffia il gelido vento dal nord, tra il tramestio delle ultime foglie secche che cadono e dei lunghi rami spogli che, come braccia imploranti, aggettano nel cielo della scoscesa terra posta a levante. Nel silenzio rotto solo dallo scorrere continuo e costante dell'acqua bianca del torrente: che qui è il primo attore.
La tradizione dice che chi avesse scorto la volpe ed incrociato lo sguardo potesse perdere la memoria o addirittura essere inghiottito dal bosco.


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